2014.01.08 – Rivoluzione fiscale: ultima spiaggia?

Posted by Presidenza on 8 Gennaio 2014
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7 gennaio 2014

Alzi la mano chi pensa di riuscire a cambiare il sistema restando all’interno delle regole che il sistema stesso si è dato (per proteggersi). Come scrivevo in questa nota, nonostante ci abbiano fatto credere di essere in una democrazia, e nel migliore dei mondi possibili, dove le cose sono, se non perfette, perlomeno quanto di meglio ci possa essere, mi sembra evidente che il sistema sia fatto ad arte per non permettere alcun cambiamento. Quando con una nota (questa: “Elogio del bel gesto“) ho dimostrato di apprezzare un ragazzo coraggioso (e intelligente e preparato, fra l‘altro, come si vede qui) che ha avuto l’ardire di staccare una bandiera europea, sono stato prontamente ripreso da un difensore ad oltranza del regime che ha parlato di legalità, che non si può andare contro le leggi, che i poliziotti fanno il lor dovere, e bla, bla, bla. E tutto questo, oltre a darmi il voltastomaco, mi ha fatto vedere come ci sia ancora chi mette da una stessa parte legale, morale, etico, contrapposto a illegale, immorale, non etico. Dimenticando che ci sono molte cose legali (uccidere un bambino nella pancia della mamma? Uccidere un afgano con la scusa che siamo in una missione di pace?) che con la moralità non hanno niente a che vedere.

La discesa in piazza delle persone del 9 dicembre, molto apprezzabile, non sembra però sortire quell’effetto che alcuni auspicavano. Anche lì, poca preparazione, poco coordinamento, programmi confusi, obiettivi poco chiari, e tutto sommato, poca copertura mediatica e pochissima adesione. Bravi lo stesso, non critico per nulla, anzi.

Per sconfiggere un nemico bisogna conoscere i suoi punti deboli: non bastano le buone idee o la bontà di un ideale. Bisogna sapere ciò a cui l’avvesario tiene veramente, quai sono i colpi che accusa, altrimenti si fa tanta fatica per niente. e questa casta ladra, corrotta, incapace, di cosa vive, se non del nostro denaro? Del denaro che ci sottrae quotidianamente, a ritmi sempre più alti, con motivazioni sempre più ingiustificate, sempre più odiose? Da soli non saprebbero fare nulla: hanno bisogno di noi, del nostro lavoro, della nostra sottomissione. E perchè proprio dei nostri soldi? Ma perchè dalle grandi corporations non prelevano nulla, come detto in questa nota, dove si spiega molto bene che, grazie alle leggi fatte dalla stessa casta, le multinazionali non pagano pressochè nulla di tasse, in maniera perfettamente legale.

E allora dobbiamo escogitare qualcosa che li affami. Qualcosa che ponga fine a questa depredazione delle nostre vite, del nostro tempo, delle nostre risorse, in ultima analisi della nostra libertà di vivere in pace come ci pare. E se qualcuno avesse ancora dubbi che le tasse sono giuste, sono dovute, o, come diceva Padoa-Schioppa (pace all’anima sua) “le tasse sono bellissime“, pensi che in realtà le tasse servono per pagare gli interessi sul debito e gli oneri finanziari dello stato, che negli ultimi 20 anni il bilancio dello stato sarebbe stato sempre in positivo, se non fosse stato per tali oneri, e che uno stato che non avesse delegato a privati la produzione del denaro non schiavizzerebbe i suoi cittadini sotto il giogo di un debito eterno. Vi pare che stia esagerando? Nando Ioppolo, in questa videointervista, faceva notare che, secondo dati Istat, la somma di Iinteressi sul debito e oneri finanziari per il 2009 ammontava a 230 miliardi di Euro.

Quando imprenditori, liberi professionisti, sono costretti a pagare per redditi che non hanno fatto, solo perchè Befera & C. si inventano “redditi presunti“, e questi si indebitano sempre di più per non perdere tutto, case, capannoni, attività, magari ereditate dai propri genitori o dai propri nonni, e si vedono sottrarre tutto solo perchè i falchi dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia si arrogano il diritto di decidere quanto uno deve guadagnare, ritenete che si sia ancora in democrazia? Quando lo Stato, da una parte committente di lavori, non paga i fornitori, ma pretende che questi paghino l’IVA anche se non hanno incassato nulla delle fatture emesse, e costringe questi nelle mani degli strozzini banche a fare factoring del loro credito, e poi, se questi non pagano contributi, gli blocca l’attività o gli pignora i beni con Equitalia, ritenete di avere ancora un dovere nei confronti di questo stato? E se mi imponi, in virtù della legge sulla privacy, a tenere aggiornato l’archivio dei fornitori e dei clienti, perchè quando si fa un passaggio di proprietà di un’auto, per un semplice aggiornamento su una linea di un archivio mi chiedi 400 €? Quando lo stato impone cifre assurde solo per esporre un cartello, o per un cambio di destinazione di un capannone, o per un passaggio di proprietà, non sta contravvenendo al primo principio di ogni imposta sui redditi, e cioè che il presupposto dell’imposta deve essere un reddito? Ma se il reddito non ce l’ho, perchè sto aprendo una attività, perchè mi tassi ancora prima che cominci?

Ecco perchè ci fanno così tanta campagna contro l’evasore: perchè vogliono identificare questa cosa come una cosa degna del peggior essere umano, spregevole, antisociale, pericoloso. Pericoloso sì, ma per loro.

Perchè questa è l’unica cosa di cui hanno veramente paura: che smettiamo, come gregge belante, di correre a pagare ogni volta che qualche funzionario ci scrive o qualche nuova leggina ci impone una nuova tassa. Perchè noi samo in tanti, ma proprio tanti, e loro pochi, ma proprio pochi. E proprio perchè sono in pochi, come le organizzazioni criminali, hanno bisogno di fiancheggiatori, affiliati, salariati, caporali, che mantengono il controllo sul territorio per loro in cambio di qualche garanzia: uno stipendio, una pensione a fine carriera, l’assunzione del figlio, un permesso di edificabilità concesso con maggior velocità, cosucce di questo genere.

A tutti questi io chiedo: non vendete la vostra anima per una sicurezza passeggera effimera, non vendete la vostra primogenitura per un piatto di lenticchie. A forza di mandar giù bocconi amari, che non siete in grado di digerire, potrebbe venirvi l’ulcera, o anche di peggio. Esempi nobili ce ne sono: ad esempio un sindaco che decide di pagare i fornitori, con i soldi propri del comune, e per non essersi sottomesso alla casta (patto di stabilità) si vede decurtare il suo stipendio per un anno intero.

A tutti noi che non siamo nè casta nè fiancheggiatori io dico: non so se invitare alla rivolta fiscale. Non so se fare apologia di reato. Non voglio arrivare a tanto. Ma probabilmente non ce n’è bisogno: nel giro di poco ci avranno privati di tutto, e allora non avremo, materiamente, nulla con cui pagare. A quel punto sarà forse troppo tardi.

Pubblicato in DOMINIO E POTERE, ECONOMIA E FINANZA, Nuovo Ordine Mondiale

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2014.01.07 – L’ insegnamento di Mandela e di Gandhi

Posted by Presidenza on 7 Gennaio 2014
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Le parole identificano la realtà. Altre volte la alterano, quando sono vittime di abusi che ne hanno modificato l’essenza più profonda. L’ultimo esempio di questa scelta erronea di vocaboli che travisano la sostanza delle cose ci è offerto dalla morte di Nelson Mandela e dalla conseguente apologia, fatta da tutti, del suo spirito “gandhiano”, inteso in senso universalista, pacifista, perdonista, “super-partes”. La grandezza di Mandela, si manifestò, invece, nel  contrario esatto di questo sciropposo spirito indifferenziato di altruismo e globalismo planetario. Il suo straordinario sacrificio, e il suo superamento dello spirito di vendetta contro i bianchi, costituenti la “metà altra” della sua Patria, avvennero in nome dell’amor patrio, e del nazionalismo, un nazionalismo nobile, elevato, inclusivo, che doveva riconoscere lo straordinario apporto dei Boeri e dei loro discendenti alla Patria comune: la nazione sudafricana. Ma nazionalismo è termine che è usato ormai solo in un’accezione totalmente negativa ossia razzista e direi neonazista (eccetto che nei commossi discorsi nazionalisti autocelebrativi americani ed israeliani). Privo di amore per la nazione, intesa non nel senso etnico, tribale, esclusivo, ma nel senso di comunanza di destino e di amore per chi ci è “prossimo”, il preteso amore universalista e il fasullo spirito “globalista”, di cui gli italiani abbondano “a chiacchiere”, riesce a tenere un paese intero – appunto l’Italia – preda inerme di feroci faide e di continui odi civili. Abbandoniamo quindi la degradata parola “nazionalismo” e parliamo di “patriottismo”, un po’ più accettabile. Ebbene, Nelson Mandela – come molto a proposito ha commentato Marcello Veneziani nel “Giornale”– fu grande, grandissimo proprio per il suo straordinario patriottismo che lo elevò al di sopra dello spirito di vendetta e rivalsa sull’altra “metà” del suo popolo, costituito dai “bianchi”. In nome dell’unità e della grandezza della Nazione. Lo stesso Mahatma Gandhi fu uno straordinario patriota che innalzò alte lodi a questo tanto deprecato (in Italia)  sentimento di amore per la Patria dicendo, tra l’altro:
“For me patriotism is the same as humanity. I am patriotic because I am human and humane. If is not exclusive, I will not hurt England or Germany to serve India. Imperialism has no place in my scheme of life.”
“It is impossible for one to be internationalist without being a nationalist. Internationalism is possible only when nationalism becomes a fact, i.e., when peoples belonging to different countries have organized themselves and are able to act as one man.”
“My patriotism includes the good of mankind in general.”
“Just as the cult of patriotism teaches us today that the individual has to die for the family, the family has to die for the village, the village for the district, the district for the province, and the province for the country, even so country has to be free in order that it may die, if necessary, for the benefit of the world.”
L’amor patrio deve essere infatti concepito come l’amore per la propria madre, sentimento che ci fa capire pienamente l’amore dell’Altro per la sua genitrice, vale a dire per la lingua, la cultura, il passato della sua Nazione… Perché la Patria altro non è, almeno per noi esuli giuliano-dalmati, “nazionalisti” nel senso nobile del termine, che una grande famiglia, meritevole dei più grandi altruismi e sacrifici in nome di un ineluttabile destino comune, nel bene nel male.

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2014.01.06 – L’AVVENIRE NON LO SI CHIEDE, LO SI COSTRUISCE !!!

Posted by Presidenza on 6 Gennaio 2014
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2014.01.06 – L’AVVENIRE NON LO SI CHIEDE, LO SI COSTRUISCE !!!

Aristanis, 06 gennaio 2014

 

Per costruire il futuro ci vuole entusiasmo, bisogna avere un progetto concreto e credere nella sua realizzazione. Lottare, lottare e lottare !

Questa è una base di partenza necessaria senza la quale non si va da nessuna parte.

Dobbiamo toglierci di dosso la rassegnazione, la frustrazione e il fatto di credere che il futuro dei nostri giovani ci venga concesso dallo Stato che ci ha colonizzato, che ci ha fatto chiaramente capire che gli interessa solo il territorio sardo ma che del Popolo Sardo gliene frega un po’ meno di niente.

Vedo la realizzazione di diverse coalizioni indipendentiste che correranno per le prossime elezioni regionali e, sebbene non creda che un percorso elettorale in ambito italiano possa portare alla libertà, la cosa mi fa piacere in quanto vedo una volontà crescente di unirsi contro il tiranno.

Il MLNS, in quanto soggetto di diritto internazionale, segue un percorso giuridico internazionale ma è consapevole che  solo  questo non sarà sufficiente per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Sappiamo bene che non sarà facile ottenere il riconoscimento ufficiale da parte dell’ONU perché questo Ente viene manovrato dalle lobbies bancarie e dalla massoneria internazionale; tuttavia le Nazioni Unite, messe con le spalle al muro dal fatto che avremo ottenuto questo riconoscimento da altri Stati Terzi, dovranno necessariamente capitolare e fare questo passo che gli garantirà la non delegittimazione.

Gli Stati Terzi ci riconosceranno quando daremo prova di essere un popolo autosufficiente, che si autogoverna in quanto è stato capace di realizzare e gestire i servizi fondamentali che uno Stato deve avere per garantire al suo popolo una vita democratica e decorosa e che non debba chiedere niente a nessuno; un popolo che non paga le tasse allo Stato colonizzatore ma che sostiene totalmente un’elite di persone che dimostreranno di saper realizzare questo progetto.

Il Governo Sardo Provvisorio (costituito sotto l’egida del MLNS), che non è un governo eletto sulla base del consenso popolare ma costituito perché ci si trova in uno stato di emergenza, sta lavorando affinchè la Sardegna possa avere questi servizi e lo sta facendo con un piano economico ben preciso.

Speriamo, al più presto, di poter dare ai sardi un futuro libero dalla schiavitù impostaci dallo Stato straniero italiano, un futuro in cui regnerà il benessere; abbiamo già avviato trattative, anche commerciali, con altri Stati ( che saranno ben lieti di darci il riconoscimento perché loro stessi ne beneficeranno).

Esti arribara s’ora……afforas su strangiu italianu !!!

                                                    Sergio PES (Presidente MLNS e GSP)

                                             

 

-di Marietto Cernaez –

Si comincia, l’apripista lo fa un paese dei PIIGS, di quelli i cui conti sono traballanti da un po’ e che la Troika tiene sotto’occhio. il Portogallo. Il governo lusitano, infatti, effettuerà un prelievo forzoso dalle pensioni – private e pubbliche – per colmare il deficit di bilancio causato dalla bocciatura della Corte Costituzionale dei tagli delle pensioni dei funzionari pubblici, decisione giunta poco tempo fa.

La scelta di una misura alternativa da 388 milioni di euro era necessaria per raggiungere l’obbiettivo del 4% nel rapporto deficit-Pil del 2013, condizione necessaria per lo sblocco della tranche da 2,7 miliardi di euro prevista dal piano di aiuti della “Troika” (Ue, Bce ed Fmi). Il governo ha difeso il provvedimento – che prevede una tassazione straordinaria per le pensioni oltre una certa soglia – affermando che eviterà un aumento delle tasse che avrebbe messo a rischio la ripresa economica: l’opposizione e i sindacati hanno protestato contro una “misura immorale” che colpisce il potere d’acquisto delle famiglie.

Dalla Grecia fino a Cipro, per passare ora dal Portogallo è tutto un fiorire di proposte a dir poco “impopolari”, che la dicono lunga sullo “stato dell’Unione”. Per il momento, si gira intorno all’Italia, ma c’è già chi ha scritto che – oltre alle tasse introdotte dagli ultimi tre governi – lo spettro del prelievo forzoso (magari sui conti correnti, come già accaduto nel 1992) aleggia sull’Italia.

tratto da: (clicca qui)

2014.01.05 – Scopre che la banca truffa i clienti: licenziato!

Posted by Presidenza on 5 Gennaio 2014
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È accaduto a un impiegato del Banco di Desio. Prima mobbizzato, poi licenziato. A Enrico Ceci non è stato possibile presentare prove e testimoni a suo carico.

29 dicembre 2013

Enrico Ceci, l’impiegato del Banco di Desio licenziato.

di Franco Fracassi

Essere licenziati perché si evita che i clienti vengano truffati. In Italia si può. Anche se si è in possesso di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Poi, se il luogo di lavoro in questione è una banca, si può star certi che il trattamento (anche quello giudiziario) non sarà mai equanime.

Enrico Ceci era impiegato allo sportello della filiale di Parma del Banco di Desio e della Brianza quando scoprì una falla informatica nel sistema. «Permetteva di occultare valuta estera, di imboscare denaro», spiega l’ex bancario. «Dopo aver inutilmente informato i manager a proposito degli illeciti che venivano commessi nella mia filiale, ho attivato una procedura di escalation. In poche parole, ho informato per

iscritto il vertice aziendale (presidente, vice-presidente, direttore generale, vice direttore generale, capo del personale, capo sezione affari legali e contenziosi) nonché i tre membri del collegio sindacale».

Non successe nulla. Per cui, l’allora ventiduenne Ceci decise di rivolgersi alla Guardia di Finanza. Questa volta qualcosa accadde: il bancario venne mobbizzato. «Prima è stato creato un clima ostile nei miei colleghi. Sono stato messo in difficoltà, soprattutto con i colleghi di filiale, che mi hanno percepito come una vera e propria minaccia. Sono stato attaccato, insultato e offeso. Hanno tentato in tutti i modi compiere degli errori. Poi mi hanno tenuto lontano dalla filiale di Parma, prendendosi tutto il tempo necessario per costruire a tavolino le false contestazioni da utilizzare per il licenziamento. Tempo dopo ho ricevuto la raccomandata della banca che mi comminava il primo licenziamento. Mi hanno attribuito manchevolezze in realtà inesistenti. Sono riuscito a dimostrare la falsità quanto contestato dalla banca solo perché, allo scopo di tutelarmi e documentare i reati, a un certo punto ho cominciato a registrare fonograficamente quello che accadeva durante le mie lavorative in filiale».

Ma il tribunale del lavoro lo rimise al suo posto in banca. «Sono stato messo in un ufficio da solo, separato fisicamente dagli altri colleghi e dai clienti, attraverso una porta che veniva continuamente chiusa. Mi sono ritrovato scollegato dalla totalità dei sistemi informatici aziendali, eccezion fatta per funzionalità strettamente necessarie al fine di svolgere alcuni corsi di autoformazione. La cosa veramente incredibile è che mi hanno licenziato a causa di un’intervista che avevo rilasciato a un settimanale di Parma quando non ero più dipendente della banca da due settimane (ero stato, infatti, licenziato tredici giorni prima). Mi sono semplicemente limitato a riportare fatti appresi dal procuratore capo di Parma. Sono stato anche denunciato penalmente per violazione del segreto istruttorio. Accusa dalla quale prosciolto dal giudice per le udienze preliminari di Ancona, perché il fatto non sussiste. Non si è, francamente, mai visto in Europa una banca o una azienda che licenzia un lavoratore contestandogli disciplinarmente un episodio, peraltro penalmente non rilevante, avvenuto quando non era più dipendente».

Ma la storia non finì qui. Il Banco di Desio chiese di essere giudicato dal tribunale di Forlì, dove ha sede l’istituto di credito, e non da quello di Parma, dove ha sede la filiale, e dove Ceci aveva già vinto la causa. «È come se la Fiat, tanto per fare un esempio, sapendo di voler licenziare un operaio di Termini Imerese predeterminasse in anticipo il Foro di Torino per la discussione della causa di lavoro. Costringendo di conseguenza il lavoratore a spostamenti di novecento chilometri, solo andata».

Una mossa azzeccata, da parte della banca. Perché il giudice di Forlì gli ha dato ragione. «Sono stato privato di ogni mezzo di difesa. Mi sono stati negati tutti i capitoli di prova. Sono stati negati tutti i testimoni a mio favore. E anche tutte le registrazioni fonografiche, in grado di provare inconfutabilmente come erano andati i fatti, non sono state ammesse. Alla banca i giudici hanno concesso più di sessanta capitoli di prova e un numero grande a piacere di testimoni. Tutti questi testimoni sono regolarmente a libro paga della banca, in quanto dipendenti della filiale di Parma. In particolare, poi i cinque, testimoni che il giudice ha ritenuto di ascoltare erano proprio quelli denunciati penalmente dal sottoscritto».

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2014.01.04 – Uccidere la democrazia: piano perfetto, nato 40 anni fa

Posted by Presidenza on 4 Gennaio 2014
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C’è una domanda centrale, assillante, che tutti ci facciamo: perché le cose non cambiano? Perché, nonostante decenni di manifestazioni, gruppi organizzati e proteste, le cose in realtà tendono a non cambiare mai? E’ una domanda che ci sta alla gola. Vorremmo tutti saper rispondere, vorremmo tutti vedere che c’è una risposta immediata o almeno decente, a questa movimentazione di società civile (che peraltro è in aumento) contro il cosiddetto potere, contro le malefatte del potere. E la risposta è semplicissima: le cose non cambiano perché noi non sappiamo chi è il potere. E quindi stiamo combattendo contro un obiettivo sbagliato. Se non sai chi è veramente chi governa la tua vita, combatti contro quelli che, in realtà, non governano la tua vita. Il potere, il vero potere, è stato di un’astuzia incredibile. E’ riuscito, negli ultimi 35 anni, a rimanere completamente nascosto; a proporre alle opinioni pubbliche un volto del potere che è falso, cioè a proporre le cosiddette marionette del potere.

Tutto quello che noi crediamo oggi sia il potere – le auto blu, i ministeri, i politici, i magistrati, gli

Paolo Barnard

amministratori – non sono per niente il potere. Ci hanno proposto questa immagine, nella quale crediamo fermamente: siamo proprio radicalmente convinti che questo è il potere da combattere, e tutta la nostra azione civica va contro questo muro fasullo, falso, questa ombra sul muro che non è il potere. Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema, i magistrati più o meno corrotti, le caste denunciate a più riprese: tutti questi, che crediamo essere il potere, sono delle marionette, a cui è stato lasciato un cortile in cui fare i loro giochetti. Da chi è stato lasciato questo cortile? Dal vero potere. Che dice: voi rimanete lì, fate le vostre piccole cose, godetevi i vostri privilegi, manipolate quello che vi pare, le vostre corruttele, i vostri malaffari. L’importante è una cosa: che obbedite sempre agli ordini che noi vi diamo.

Questo i governi hanno fatto, negli ultimi 35 anni questo è regolarmente successo – sinistra, destra, centrosinistra, centrodestra: non è mai cambiato niente. E attenzione, nelle marionette del potere ci metto anche le mafie, anche se questa affermazione potrebbe sembrare folle, oltraggiosa. Anche le mafie, per quanto si pensi che abbiano un potere enorme, in realtà sono solo una funzione, uno strumento del vero potere. E chi è il vero potere? E’ soprattutto un’idea, così come è sempre stato nella storia. Il vero potere sono le idee. E questa idea dice essenzialmente questo: le élite devono tornare ad avere la gestione di tutto, concessagli dai cittadini; le masse devono mettersi da parte e aspettare pazientemente che il bene gli coli addosso dall’alto del potere. L’idea è che il bene deve colare dall’alto verso il basso.

Questa idea ha dominato il mondo negli ultimi 35 anni. Gli fu dato anche un nome: trickledown economics. Fu Ronald Reagan a coniare questo termine, ma non inventò niente di nuovo: diede semplicemente un nome, trickle down, a questo sgocciolare verso il basso. Trickledown economics, cioè le economie che colano dall’alto verso il basso, dalle élite verso le masse – che devono essere messe da parte. Anche i governi, secondo questa idea (che è il potere) devono stare da parte. E quello che è successo negli ultimi tre decenni è esattamente questo: i governi si sono ridotti sempre di più, come dimensioni e potere; devono “stare da parte” e devono permettere che questo accada.  Non si creda che siano cose campate per aria: stiamo parlando di quello che regola la vita quotidiana di milioni, a partire dal lavoro, dagli alloggi, dall’istruzione, dalla sanità, la gestione dell’economia, i tassi dei mutui, la moneta che abbiamo nelle mani. Cioè, praticamente tutto:

Ronald Reagan

quello che è la nostra vita dipende da questo vero potere, e non dalle marionette del potere.

Come nasce questo potere? Come si afferma? Da dove viene? Negli anni ’70, il mondo aveva raggiunto un’epoca inaudita nella storia dell’umanità. Dopo tre millenni di assolutismi, dove una minoranza esigua di esseri umani aveva sempre gestito per migliaia di anni una massa enorme di persone alla disperazione – dopo tremila anni, finalmente, con duecento anni di lotte dal basso (del potere delle idee) si era riusciti a ribaltare questa situazione. All’inizio degli anni ’70, dopo la decade degli anni ’60, l’idea di sinistra – attenzione, non i partiti, ma l’idea che dice: il bene comune va rimesso nelle mani dei tanti e gestito da pochi per conto di tanti e nell’interesse di tanti. Questa idea, che è l’idea di sinistra, dopo 200 anni di rivoluzioni era riuscita ad arrivare al suo compimento storico maggiore. A quei tempi l’America era uno dei paesi più di sinistra, forse, del mondo occidentale. Poi l’Europa, con gli stati sociali e il welfare. Il trionfo del socialismo, anche nel terzo mondo: non c’era una ventata di comunismo, Nixon e Kissinger sapevano benissimo che c’era una ventata di socialismo democratico. Anche nel terzo mondo questa idea di sinistra si stava affermando in maniera strepitosa.

All’inizio degli anni ’70, questa idea di sinistra stava quasi per dichiarare di aver conquistato la storia. Questo andava fermato. Le élite che per tremila anni avevano dominato la storia e che per duecento anni avevano subito perdite sempre maggiori, fino ad arrivare a questo culmine negli anni ’70, decisero in quel momento di riprendersi il potere. E lo decisero in una data precisa. Siamo nell’agosto del 1971, quando la Camera di Commercio degli Stati Uniti d’America decide che è il momento di riportare in auge il potere delle élite, le destre economiche internazionali, e distruggere per sempre la sinistra – reduce da 200 anni di vittorie. Danno il compito a un avvocato, si chiama Lewis Powell, gli dicono di scrivere un memorandum: un documento di 23 pagine che questo avvocato, un legale esperto di corporazioni, scrive con un linguaggio di una semplicità eccezionale. E pone, in questo modo, la prima grande arma della risposta delle destre economiche: la semplicità, la comunicazione semplice.

Quest’uomo, in 23 pagine, con delle frasi che potrebbero esser scritte da un liceale, ha cambiato il corso della storia dell’umanità, nientemeno. E purtroppo le sinistre – partiti e movimenti – non sono mai state capaci di capire questa cosa. Quello che conquista è la forza delle idee e la loro semplicità. Noi, purtroppo, a sinistra, non siamo mai stati in grado di essere a questo livello. Lewis Powell scrive questo memorandum e comincia con una diagnosi. Alla lettera: «Noi delle destre economiche non ci troviamo di fronte ad attacchi sporadici. Piuttosto, l’attacco al sistema delle corporations è sistematico e condiviso. C’è una guerra ideologica contro il sistema delle imprese e i valori della società occidentale». Lewis Powell fa una chiamata alle armi, altrettanto semplice: «E’ arrivata l’ora, per il business americano e internazionale, di marciare contro coloro che lo vogliono distruggere». E chi era il nemico? Lo definisce con altrettanta semplicità: «Certamente la sinistra estrema, che è meglio finanziata e ben accetta di quanto non lo sia mai stata prima nella storia. Ma le voci più preoccupanti – continua l’avvocato – provengono da elementi perfettamente rispettabili, come le università, i media, gli intellettuali, gli artisti e anche alcuni politici. Gli studenti in

Lewis Powell

particolare, perché quasi la metà degli studenti è a favore della socializzazione delle industrie americane fondamentali».

Lewis Powell ricorda al potere di allora che, dopo 200 anni di rivoluzioni, si trovava in un momento di difficoltà enorme, e dice: «Pochi elementi, nella società americana di oggi, hanno così poca influenza sul governo come il business, le corporazioni e gli azionisti. Non è esagerato affermare che siamo i dimenticati». Ora, questa parole sono state scritte nel 1971; oggi, sentire che qualcuno allora pensava che gli azionisti, le corporations e il business erano i dimenticati dalla società fa impressione, fa quasi ridere – siamo talmente abituati al loro strapotere. Questo vi dà l’idea di che cosa queste parole sono riuscite a cambiare in soli 38 anni. Incredibile, il cambiamento che hanno portato. Il contrattacco dettato da Lewis Powell è questo: «Dobbiamo organizzarci, pianificare nel lungo termine, essere disciplinati per un periodo illimitato, essere finanziati con uno sforzo unificato».

Sono 10-15 parole. Descrivono un fenomeno che ha di nuovo cambiato la storia economica e politica del nostro tempo: la nascita delle lobby. Nascono così le lobby che oggi noi conosciamo. Molte persone, quando si parlano di lobby, pensano ad entità astratte – non si capisce mai chi siano, queste lobby. Ci sono i nomi e i cognomi, potentissimi. Per esempio: il Transatlantic Business Dialogue, l’Investment Network, il Financial Services Group, il Gruppo Lothys. Per non parlare poi delle lobby ebraiche in America, della questione mediorientale e la “guerra al terrorismo”. A Bruxelles, oggi, sono registrati qualcosa come 15-20.000 lobbysti, che spendono ogni anno un miliardo di euro, solamente per fare lavoro di lobbying; 15-20.000 persone che rappresentano altrettanti interessi corporativi. Immaginate l’esercito – finanziatissimo, come disse Lewis Powell – che fa questo lavoro, con un miliardo di euro all’anno. Quindi, queste parole hanno dato origine a questo fenomeno, che condiziona la vita di tutti i governi di tutti i paesi occidentali: tutte le scelte economiche, tutte le scelte amministrative. Le lobby sono sempre le prime che vengono ascoltate. Ogni anno, il Transatlantic Business Dialogue dà alla Commissione Europea, il super-governo europeo, una lista di desiderata, e deve riceve indietro dalla Commissione Europa – fa ridere, a dirlo una pagellina dove la Commissione Europea dice: su questo abbiamo fatto così, su quello abbiamo fatto cosà.

Henry Kissinger

Tra le prescrizioni di Lewis Powell, ce n’è una che è scioccante – perché racconta come questi uomini sono riusciti, sfruttando quelle che erano le nostre forze, a ribaltare il mondo. Scrive: «Il business deve imparare le lezioni messe in pratica dal mondo dei lavoratori. Cioè: che il potere politico è indispensabile, che dev’essere coltivato con assiduità e usato in modo aggressivo se necessario, senza imbarazzo». Questi uomini, che allora si ritenevano in minoranza, fotocopiano quello che era il potere delle sinistre – che le sinistre hanno perduto – e con questo potere le distruggono. La “rivoluzione”, cioè la morte dell’idea di sinistra che Lewis Powell stava prescrivendo, gli fa pensare che il potere decisionale passerà molto presto dalle mani dei cittadini che partecipano a quelle dei colletti bianchi, delle élite. Il compito è di riportare al potere le élite, e allora Lewis Powell prende di mira le università, e dice: è importantissimo che le infiltriamo, ovunque.

E attenzione a cosa scrive: «In particolare, le scienze politiche: creare un esercito di docenti che credono fermamente nel sistema delle imprese. I nostri docenti dovranno valutare i libri di testo, soprattutto quelli di economia, scienze politiche e sociologia. Dobbiamo avere un rapporto di grandissimo privilegio con le facoltà di economia», scrive Lewis Powell. Ora, sapete che da queste prescrizioni – è successo, è accaduto – le facoltà sono state infiltrate da questi personaggi. Quando lui dice: «Creare un esercito che creda fermamente nel sistema delle imprese»; lo hanno fatto, lo hanno creato. E adesso non c’è più una facoltà di economia al mondo – delle università rispettabili, ma neanche di quelle non rispettabili – che insegni qualcosa di diverso dal dogma del libero mercato neoliberale, che questi personaggi hanno portato dentro l’insegnamento. E così anche in scienze politiche: si fa molta fatica a trovare qualcuno che abbia una voce di dissenso – nelle facoltà di economia non c’è più nessuno.

Gianni Agnelli

Sui media, Lewis Powell fa la stessa prescrizione: vanno infiltrati, vanno proposti i nostri temi e i nostri contenuti. E poi dice una cosa interessantissima: «Dobbiamo colonizzare le edicole». Nelle edicole, dice Lewis Powell, non si trovano pubblicazioni che promuovono i valori del nostro sistema; non ci sono, dobbiamo invadere le edicole con pubblicazioni di questo tipo. E’ successo o no? Oggi le edicole sono invase da pubblicazioni che promuovono il sistema dei commerci, la famosa “esistenza commerciale”, il sistema della cultura delle visibilità massmediatica che questi personaggi volevano affermare: lo hanno fatto. Un’altra cosa che prescrive Powell: chi vuole cambiare la storia, chi vuole fermare questi 200 anni di storia straordinaria e ribaltare completamente i destini dell’umanità, devono essere persone estremamente capaci, estremamente preparate, estremamente ben finanziate. Cioè: il meglio del meglio. «Pagate allo stesso livello dei più noti businessman e professori universitari. Dovete essere competenti: la nostra presenza nei media, nei convegni, nell’editoria, nella pubblicità, nelle aule dei tribunali e nelle commissioni legislative dovrà essere superbamente precisa e di eccezionale livello».

Sono 38 anni che i migliori cervelli selezionati dall’università, colonizzati in questo modo, con le migliori capacità, lavorano 24 ore su 24, sette giorni su sette, per ribaltare la storia, per completare l’opera di ribaltamento della storia, per riportare il potere là dove il vero potere vuole essere – il vero potere, quello che veramente decide delle nostre ore di lavoro, dei nostri stipendi, dei tassi dei nostri mutui. Sto parlando dei nostri ambulatori, dei servizi alla cittadinanza che riusciremo a dare agli anziani e ai malati. Quando i gruppi alternativi credono di poter cambiare queste macchine (enormi), sventolando bandierine e facendo manifestazioni in piazza, cosa credono di fare? Questo è un esercito di persone competenti, con presenze nei media, nei convegni, nell’editoria, nella pubblicità, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni legislative, nelle università. Hanno infiltrato tutto, con mezzi enormi.

Arrigo Levi

Il lavoro di Lewis Powell è arrivato a questo punto – siamo nel 1971 – viene accolto dalla Camera di Commercio americana e viene passato alla Camera di Commercio internazionale. Le cose che lui ha detto si sono tutte drammaticamente verificate. Ma c’era ancora un problema da risolvere. E cioè: questi erano i precetti per la riscossa del vero potere, ma bisognava comunque azzerare, del tutto, la democrazia. Bisognava uccidere la democrazia. Ma uccidere che cosa, della democrazia? Il contenuto, mantenendo in vita l’involucro. Perché il potere capì – allo scadere degli anni ’60, inizio anni ’70 – che coi colpi di Stato non si riusciva a ottenere risultati apprezzabili: i colpi di Stato erano difficili da gestire, i media ne riportavano le efferatezze, c’era imbarazzo nell’opinione pubblica. Il potere capì che la democrazia – l’involucro della democrazia – era il contenitore migliore per i loro affari. Il contenuto della democrazia, cioè la democrazia partecipativa – quella dei cittadini che partecipano, che di danno da fare – quella doveva morire, assolutamente.

E allora bisognava dare il compito ad altre persone di stilare un altro rapporto, con altre parole molto semplici, per completare l’opera. Questo comincia nel 1975. Chi fa questo? E’ un altro organo ben identificabile: si chiama Commissione Trilaterale. Non è un gruppo di complottisti oscuri. E’, anzi, un volto molto pubblico di privati cittadini molto potenti, di tre blocchi mondiali: America, Europa, Giappone. La Commissione Trilaterale nasce nel 1973, riunisce personaggi molto noti del passato e del presente – Henry Kissinger, Jimmy Carter, David Rockefeller, Zbigniew Brzezinsky, Gianni Agnelli, Arrigo Levi, Carlo Sacchi, Edmund de Rothschild, George Bush padre, Dick Cheney, Bill Clinton, Alan Greenspan, Peter Sutherland, Alonso Cortina, Takeshi Watanabe, Ferdinando Salleo, e tanti altri. Si riunisce ogni anno, e nel 1975 la Commissione Trilaterale dà il compito a tre uomini di completare l’opera di Lewis Powell, cioè uccidere la democrazia dei cittadini che partecipano. Saranno Samuel P. Huntington, Michel Crozier e Joji Watanuki.

Ferdinando Salleo

Sono tre intellettuali, che poi andranno a ricoprire varie cariche – il più famoso dei quali credo sia Huntington – i quali scrivono un rapporto chiamato “La crisi della democrazia” e non perdono tempo, identificano immediatamente il punto: sono arrivati al veleno per uccidere la democrazia partecipativa in pochi istanti, in una frase molto semplice. E’ questa: «La storia del successo della democrazia» (naturalmente l’involucro democratico, non il contenuto) «sta nell’assimilazione di grosse fette della popolazione all’interno dei valori, atteggiamenti e modelli di consumo della classe media». Perfetto. Che cosa significa questo? Per uccidere la democrazia partecipativa dei cittadini, quella che è arrivata al trionfo di due secoli di storia negli anni ’60 e ’70, bisogna prendere grandi masse di cittadini e farli diventare consumatori e spettatori, cioè buttarli a capofitto nell’esistenza commerciale e nella cultura della visibilità massmediatica. Questo dissero, in un una frase di poche parole: ed è esattamente quello che è successo.

Fa venire i brividi, e ascoltate quello che dicono dopo: «Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato, prima degli anni ’60, ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla vita politica. Ciò è intrinsecamente antidemocratico, ma è stato uno dei fattori che hanno permesso alle democrazie di avere successo». Ripeto: il funzionamento di un sistema democratico «necessita di apatia», di individui e gruppi «messi da parte», una popolazione che «non partecipa», che «sta ai margini». E’ quello che ci hanno fatto: qui è morta la democrazia partecipativa, è morta la nostra storia. Siamo stati – a milioni e milioni – strappati dall’abitudine a partecipare alla democrazia, ridotti a una massa di personaggi che sta ai margini, che sono spettatori il cui unico diritto è quello di andare a votare (e di non fare nient’altro) e cioè di aspettare che la ricchezza gli coli dall’alto verso il basso, cioè le briciole che cadono dalla tavola. E

Samuel Huntington

questo è stato teorizzato con incredibile lucidità ed efficacia nel 1975 da questi tre intellettuali.

I nostri politici, i nostri amministratori, i nostri media sono solo gli strumenti del potere. E allora, per curare i cosiddetti “mali democratici”, i tre intellettuali Huntington, Watanuki e Crozier prescrivono cose altrettanto scioccanti, e – come Powell – dicono: dobbiamo riportare il dominio delle élite sui cittadini. E citano in particolare il caso del presidente Truman: che «era stato in grado di governare tutto il paese», l’America, «grazie all’aiuto di un piccolo numero di avvocati e di banchieri di Wall Street». Questo è l’esempio che loro portano alla Commissione Trilaterale come esempio di successo di gestione “democratica”. Ma c’è di peggio. Scrivono: «La democrazia è solo una delle fonti dell’autorità, e non è neppure sempre applicabile. In diverse istanze, chi è più esperto nella gerarchia (o più bravo) può mettere da parte la legittimazione democratica, nel reclamare per sé l’autorità».

Che cosa è successo, ora? La messa in opera completa e totale – forse più scandalosa della storia d’Europa – di questo principio sancito nel 1975: è passato il Trattato di Lisbona, che fa esattamente questo: cioè, coloro che si reputano i più bravi, i più potenti, i più preparati, si sono arrogati il diritto del potere senza esser stati eletti da nessuno, legittimati democraticamente da nessuno, e hanno fatto questo colpo di Stato in Europa, per cui c’è un super-governo europeo più potente di qualunque governo nazionale, che è gestito da personaggi che non sono eletti, e che quindi si sono arrogati il potere. Esattamente come scritto: perché noi siamo più bravi, più intelligenti; noi siamo l’élite, noi abbiamo il potere, e quindi la democrazia può anche essere messa da parte. L’attacco alla democrazia non avviene – come dice quello sciocco di Di Pietro – ad opera di Berlusconi; l’attaccoalla democrazia viene da qua: è stato pianificato e viene portato avanti in questo modo; questo è il nemico.

Michel Crozier

alla democrazia viene da qua: è stato pianificato e viene portato avanti in questo modo; questo è il nemico.

Dopo aver pianificato l’uccisione della democrazia partecipativa con questi mezzi, bisognava affrontare il nocciolo duro – molto duro, in quegli anni – dei lavoratori. Il mondo dei lavoratori era un osso duro da mordere. E quindi i sindacati: bisognava distruggerli, metterli da parte, annullarli. Come? Molto semplice: con la cooptazione, scrivono Huntington, Watanuki e Crozier. Bisognava disabilitare i sindacati – cosa che è successa. Oggi i sindacati non sono più i promotori dei diritti, come son sempre stati nella storia. Oggi i sindacati sono coloro che, semplicemente, barattano il grado di abolizione dei diritti; non stanno più pensando a nuovi diritti, e neanche difendendo quelli vecchi. Scrivono gli intellettuali: «Le richieste crescenti e le pressioni sui governi impongono una collaborazione maggiore; potremmo escogitare mezzi per assicurarci sostegno e risorse dai sindacati e dalle associazioni civiche».

Ora, immaginate di entrare in una fabbrica della Fiat nel 1975 e pronunciare una frase del genere; venivate presi a sberleffi, sputi e risate, o cacciati fuori a calci nel sedere. L’idea che un sindacato possa essere sfruttato dal potere per assicurargli risorse e sostegno? E’ esattamente quello che fanno oggi i maggiori sindacati in Italia e nel mondo: non fanno altro che togliere le castagne dal fuoco al potere, addirittura sponsorizzano partiti che poi andranno al potere. I tre intellettuali individuano un secondo elemento per disabilitare i sindacati: distruggere il radicalismo della lotta. Capiscono che qualunque cosa sia radicalismo è un nemico pericoloso. E infatti scrivono: «Quando il radicalismo perde forza, diminuisce il potere dei sindacati di ottenere risultati». Quindi: la concertazione. Perché? Molto semplice: «Essa produce disaffezione da parte dei lavoratori, che non si riconoscono in quel processo burocratico, e tendono a distanziarsene. E questo significa che più i sindacati accettano la concertazione, più diventano deboli e meno capaci di mobilitare i lavoratori e di mettere pressione sui governi». Che cosa è stato della concertazione? E’ diventata la regola dell’attività sindacale. Pensate: nel 1975, come arma per disabilitare i sindacati. Ci sono riusciti.

Zbigniew Brzezinski

Terza arma: privilegiare i sindacati maggiori, quelli più grossi. Di nuovo, anche questo è successo. E scrivono, infatti: «Nello Stato moderno, i capi potenti dei sindacati, capaci di comandare i propri membri, sono una minaccia inferiore all’autorità dei leader politici, e sono persino un aiuto ad essa; se i sindacati sono disorganizzati, se i membri sono ribelli, se le rivendicazioni estreme e gli scioperi selvaggi sono frequenti, l’applicazione di una politica nazionale dei salari diventa impossibile». Contribuendo all’indebolimento di chi? Dei lavoratori? No: dei governi, del potere. Quindi: la concertazione, privilegiando i sindacati più grandi. Ed è esattamente quello che è successo: perché sapevano che, in questo modo, li avrebbero potuti controllare. E’ inutile prendersela  con questo o quel politico, questo o quel sindacato. Ogni governo di centrodestra e centrosinistra che abbiamo avuto in questi 15 anni ha insistito sull’innalzamento dell’età pensionabile, quando i contabili dello Stato dicono che le casse sono assolutamente in attivo. Allora perché, se le casse sono in attivo, tutti i politici insistono sull’innalzamento dell’età pensionabile? Perché devono rispondere a quegli ordini, capite?

Sui media, i tre intellettuali scrivono: «Il crescente potere dei giornalisti, a discapito di quello degli editori e dei padroni, è per noi un problema». Viene da ridere: la libertà d’informazione è esattamente il contrario. «Occorrono misure importanti per ristabilire l’equilibrio fra la stampa, il governo e le altre istituzioni». Ristabilire “l’equilibrio” fra stampa, governo e altre istituzioni significa esattamente la situazione che abbiamo oggi. E cioè: grandi televisioni in mano ai poteri politici o in mano ai poteri corporativi. Quindi: Murdoch, Berlusconi. Ripeto: non sono queste le cause dei mali che oggi noi viviamo, nella distruzione del nostro potere democratico. E poi c’è il controllo sociale. Distrutta la democrazia partecipativa, messi sotto controllo i sindacati, indebolito il mondo dei lavoratori – distrutto, di fatto, oggi, con la precarizzazione – bisognava stendere sopra questa strage l’ultima mano di vernice. Cioè: il controllo sociale, come ultima garanzia – il controllo dei controlli. E scrivono: «La società, siccome richiede ai governi maggiori interventi per risolvere i suoi problemi, necessita di ancor più controllo sociale. In Europa, la disciplina sociale non è adorata come in Giappone, e le forme indirette di controllo sociale sviluppate in America non sono presenti, in particolare in Italia».

Edmund de Rothschild

Il controllo sociale: lo stavano organizzando molto bene negli Stati Uniti d’America, architettato molti anni prima da gente come Walter Lippman e Edward Bernays, e andava assolutamente importato in Europa. Esattamente quello che è successo. Il “pericolo” è la democrazia partecipativa degli anni ’60 e ’70, ma il “pericolo” sono anche «le classi lavoratrici che non vengono del tutto assimilate nel gioco sociale». Perché, se assimilati nel gioco sociale, i lavoratori non partecipano più. Ed è accaduto. Ripeto: esistenza commerciale, cultura della visibilità. Me lo conferma una sindacalista in pensione della Zanussi di Pordenone: se c’è un problema sul lavoro, la prima idea è quella di chiamare il Gabibbo. E’ successo questo: le classi lavoratrici sono state portate dentro il gioco sociale, e sono state annullate.

“La crisi della democrazia” verrà discussa il 31 maggio del 1975 a Kyoto dalla Commissione Trilaterale. Quello che hanno discusso è accaduto, e per gestire questi ordini di scuderia, cioè per riportare questo enorme potere là dove vuole stare – cioè al primo posto – hanno istituito, da allora in poi, degli organi che sono il potere, oggi. Quindi: non il governo dei palazzi, non gli amministratori, non i mafiosi, non le caste, ma – in ordine di importanza – l’Organizzazione Mondiale del Commercio, che è un altro di questi organi sovranazionali, di questi governi mondiali; sede a Ginevra, 153 paesi che firmano accordi che sono vincolanti su qualunque legge di qualunque governo di qualunque Parlamento. Un’organizzazione dal potere enorme: nel disastro della crisi finanziaria, il presidente degli Stati Uniti voleva delle regole per mettere le briglie alla speculazione finanziaria, ma l’Organizzazione Mondiale del Commercio gli ha detto: no, non lo puoi fare, perché hai firmato uno dei nostri accordi, che si chiama “Financial Services Agreement”, l’accordo sui servizi finanziari, che vieta a qualunque paese – agli Stati Uniti, in questo caso – di porre limiti alle dimensioni delle banche d’investimento e alle loro speculazioni. E sapete chi ha firmato questo accordo per gli Stati Uniti? Un tale Tim Geithner, che oggi è ministro del Tesoro, e che è uno dei membri della Commissione Trilaterale e di altri club dei veri potenti del mondo.

Timothy Geithner

Un altro organo è la nuova Europa, l’Europa del Trattato di Lisbona e della Commissione Europea, laddove dei burocrati non eletti da nessuno hanno il potere di creare delle leggi – mentre il Parlamento Europeo non può – e la Corte Europea di Giustizia potrà emettere sentenze che saranno vincolanti persino sulla nostra Costituzione. Questo è un altro di questi organi di cui quest’idea del potere si è dotata per coltivare i propri interessi. Così come le banche centrali, che stabiliscono le politiche monetarie: vuol dire, nella pratica, quanto una persona paga del mutuo, cosa da cui deriva tutta una serie di scelte di vita: se poter istruire i figli in un certo modo, se potersi permettere un certo stile di vita o meno. Sono le banche centrali che hanno in mano la moneta, su cui abbiamo perso completamente ogni sovranità. Il sistema delle lobby è un altro degli organi istituito per portare avanti il piano. E poi c’è il “senato mondiale degli investitori internazionali”. Sono  uomini in carne e ossa: il più famoso è George Soros, è diventato “un buono” ma è una falsità; da solo ha deciso l’uscita dell’Inghilterra dal sistema monetario – un solo uomo ha deciso l’uscita dal sistema monetario di un intero paese.

Questi investitori internazionali hanno poteri enormi, ricattano qualunque governo al mondo: perché, mettendo o ritirando investimenti, possono far crollare le Borse e l’economia di qualunque paese. Anche loro portano avanti quell’idea di potere. E poi, infine, la Commissione Trilaterale e un altro gruppo, il Bilderberg. Sono gli organi di cui si è dotata quest’idea – che nacque nel 1971, rilanciata nel 1975 – per governare la vita di tutti i cittadini. L’Organizzazione Mondiale del Commercio sta approvando un accordo che si chiama Gats, General Agreements on Trading Services, accordo generale sul commercio dei servizi: stanno decidendo la privatizzazione internazionale di qualunque servizio alla cittadinanza esistente. La lista dei servizi comprende tutto, addirittura chi fornisce i cancellini alle scuole pubbliche italiane, chi fornisce il gesso e le lavagne, chi porta le carrozzine nell’Asl.

George Soros

Tutto questo sta per essere privatizzato e venduto al miglior offerente internazionale. Questo significa che il potere di cui parlo riguarda la tua vita: i mutui che paghi, le condizioni che ti fanno le banche, le scelte alimentari, il lavoro, gli scioperi che non si possono fare, gli stipendi, la flessibilità. Tutto questo non è deciso dai governanti, dalle marionette del potere, ma è deciso da questo potere. Ne consegue che se continuiamo a dar retta a un esercito di sciagurati che ci sta martellando la testa col fatto che, se vogliamo cambiare la storia e il mondo, dobbiamo prendercela con quattro marionette del potere, perdiamo tempo, sprechiamo le uniche risorse che abbiamo e non abbiamo nessuna speranza. La prima cosa da fare è: imparare chi è il potere. Perché, se non sappiamo chi è, non lo potremo mai combattere.

(Paolo Barnard, testo del video-intervento “Ecco come morimmo”, diffuso nel 2009).

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